Molto spesso l’impressione che hanno i “non addetti ai lavori” del lavoro dell’avvocato o comunque in generale della professione forense, è quella di una costante ricerca del “cavillo” o dell’appiglio forense. Ma in che cosa consiste in realtà un cavillo e quando gli avvocati possono effettivamente sfruttare un appiglio forense per vincere una causa? Di seguito una breve disamina.
Appiglio forense: che cosa sono i cavilli?
Come già accennato, spesso la professione dell’avvocato è scambiata per una costante ricerca del cavillo giusto, della “virgola sbagliata” che possa fare la differenza. Ciò, di conseguenza, porta a chiedersi se effettivamente tentare di individuare l’appiglio forense sia lecito.
Non c’è però sufficiente cognizione circa l’effettiva natura dei cavilli legali. Stando al mero significato lessicale della parola “cavillo”, stando a quanto riportato da Treccani troviamo come definizione: “Ragionamento sottile e fallace, ma con apparenza di verità, con cui si cerca di trarre altri in inganno o di alterare o interpretare speciosamente fatti e parole; pretesto, arzigogolo“. L’accezione non sembra quindi particolarmente positiva. A differenza della lingua parlata, però, in ambito legale per cavillo, o appiglio forense, si intende più che altro un’eccezione o un dettaglio poco conosciuto impiegato al momento giusto.
Nel caso in cui fosse necessaria un’ulteriore chiarificazione, è la natura etimologica della parola “cavillo” che ne lascia intuire il significato. La parola cavillo deriva infatti dal latino “capillus“, capello. Ciò rimanda senza ombra di dubbio alla sua sottigliezza e impercettibilità che contraddistinguono tanto i capelli quanto i cavilli.
Si tratterebbe quindi di un espediente capzioso, quasi un sotterfugio, impiegato per distogliere l’attenzione del problema principale e spostarla su un dettaglio in grado di fare la differenza e, quindi, ribaltare la situazione. Nel caso dell’avvocato, si tradurrebbe nella ricerca di norme meno conosciute, datate oppure obsolete, da utilizzare per far valere le proprie ragioni. In realtà, quindi, si tratta di conoscere, ovvero di avere un’ampia conoscenza della materia da poter usare a svantaggio di chi, invece, ne è – relativamente – ignorante.
Come funzionano le leggi?
Non si può però spiegare in modo chiaro la natura dell’appiglio forense, ovvero del cavillo, senza sapere come funzionano le leggi nel nostro ordinamento. Per ogni materia esiste infatti una norma, che può essere generale o astratta. A sua volta, per ogni norma naturalmente possono essere previste anche delle eccezioni. Ciò genera la distinzione tra norme generali e norme speciali.
Nelle norme comuni rientrano quelle che riguardano tutti i rapporti giuridici, come per esempio quelle relative ai contratti. Le norme speciali, invece, sono quelle che si applicano solo in alcune materie o circostanze o solo per determinate categorie di soggetti. A ciò va aggiunto che le norme speciali prevalgono su quelle comuni e derogano sempre a quelle comuni se sono con esse incompatibili.
Sembrerebbe una definizione molto semplice, ma in realtà è proprio (per fare un esempio) da queste distinzioni che può essere individuato un cavillo o un appiglio forense. Le norme speciali sono infatti, per la loro stessa natura, di meno frequente utilizzo, spesso desuete e molto vecchie, benché ancora in vigore. Altre volte, invece, hanno dato o possono dare luogo a interpretazioni insidiose, in grado di trarre in inganno chi intende sfruttarle.
Quando si parla di appiglio forense, o cavillo legale, è proprio questo ciò a cui si fa riferimento: il saper sfruttare queste piccole differenze, le interpretazioni labili, le eccezioni. Agli occhi di un profano potrebbe sembrare una ingiustizia, ma in realtà è semplicemente il funzionamento delle leggi. Ciò si può applicare in ogni ambito giuridico. Si può infatti perdere una causa anche solo per una mancata notifica, e anche se può sembrare ingiusto, è ciò che prevede la legge.
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