Liquidity Coverage Ratio

Secondo quanto stabilito dai cosiddetti Accordi di Basilea, gli istituti bancari sono sottoposti alla soddisfazione di determinati requisiti patrimoniali. Questi accordi non hanno capacità regolamentare autonoma, ma comunque rendono vincolati i Paesi aderenti ad aderire a determinati standard. Tra questi rientra anche quello del Liquidity Coverage Ratio spesso abbreviato in LCR. Ecco che cosa è il Liquidity Coverage Ratio e a cosa serve questo indicatore.

Liquidity Coverage Ratio: cos’è e a cosa serve

Con la dicitura liquidity coverage ratio si indica il tasso di copertura della liquidità in relazione agli istituti bancari. Il suo utilizzo è utile per determinare la capacità di una banca di riuscire a soddisfare le esigenze nel breve termine attraverso gli asset altamente liquidi in suo possesso.

Tramite l’applicazione di questo parametro, a sua volta determinato nel corso degli Accordi di Basilea, è possibile tenere traccia e misurare, quindi, la capacità dell’istituzione bancaria di evitare rischi legati alla liquidità necessaria per coprire le obbligazioni a breve termine. In ogni caso, le banche soggette a questo standard sono solo quelle in possesso di asset consolidati per almeno 250 miliardi di dollari o, alternativamente, 10 miliardi di esposizioni estere a bilancio.

Le banche, a partire dal 2015, devono sottostare l’obbligo di detenere una liquidity coverage ratio il cui totale sia almeno pari a quello delle obbligazioni con scadenza nei successivi trenta giorni, comprendendo anche il debito corporate, i titoli di Stato e il denaro (asset altamente liquidi).

Tramite il valore rappresentato dal liquidity coverage ratio, di conseguenza, le banche possono monitorare e assicurare una quantità adeguata di attività liquide che non siano vincolate. Tali attività liquidi possono quindi essere convertite in denaro contante nel breve termine (30 giorni) ed esaudire le richieste di liquidità in caso di crisi, tensioni o di scenari critici che richiedano liquidità.

Ciò significa che, in caso di evento critico, grazie alle attività convertibili in liquidità le banche possono fare fronte all’emergenza per almeno trenta giorni. Entro questo termine dovranno comunque essere prese delle misure risoluzioni o contenitive da parte degli enti preposti (che siano aziendali o costituiti da autorità di vigilanza).

Tre livelli del LCR

La disposizione di questo parametro è stata regolamentata nel 2011 con i sopra menzionati Accordi di Basilea. Nel 2015, poi, è diventato obbligatorio raggiungere il 100% minimo. Successivamente è stata anche operata una differenziazione in base al grado di rischio effettivo, diviso per livelli:

  • Al Livello I gli asset non vengono scontati. Ne fanno parte le risorse all’estero in grado di essere convertite in denaro contante o ritirate, i crediti nei confronti della banca centrale e le emissioni garantite da enti statali o sovranazionali o emesse dagli stessi Stati.
  • Nel Livello II il tasso di sconto è pari al 15%. Rientrano in questo livello le azioni e le obbligazioni investment grade emesse da soggetti non finanziari e quotate su mercati regolamentati, le emissioni di entità sovrane, di società sponsorizzate dai governi o di determinate banche di sviluppo,
  • Infine, nel caso di grado di effettivo rischio pari al Livello 3, lo sconto è del 50%

Come si calcola il Liquidity Coverage Ratio?

Per calcolare il liquidity coverage ratio è necessario sommare gli asset altamente liquidi e dividere il valore ottenuto per i flussi di cassa netti. Questi ultimi devono essere considerati nell’arco di trenta giorni. Come detto, è necessario che ne risulti una percentuale non inferiore al 100% quale LCR minimo per far sì che l’istituto bancario sia in grado di fare fronte a eventuali problematiche.

Allo stesso modo e per la medesima ragione, gli istituti bancari devono sottostare a un tetto massimo per quanto riguarda i prestiti erogabili, proprio per tenere sotto contro la quantità di asset liquidi.

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Di Renan

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